La doppia trappola dell’indifferenza affettiva

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Che cosa è il desiderio?

Il Desiderio è uno stato della mente. Una rappresentazione affettivizzata di uno stato del Sè coincidente con il Sè stesso, o coinvolto o diretto ad un oggetto, o scenario, di cui si desidera la contemplazione, la disponibilità oppure il possesso. Questa condizione può essere affettivamente piacevole o spiacevole e dovuta a ‘oggetti’ che fanno parte della nostra esperienza passata o che immaginiamo nel nostro futuro. In breve, un desiderio è una rappresentazione mentale e affettiva ambita, desiderata appunto, di una esperienza o stato del Sè.

E’ difficile da spiegare dottore, è una sensazione profonda che ho da sempre, un senso di vuoto interno, di solitudine profonda. Una sensazione di nulla; si, di inesistenza (la voce esce flebile, quasi un sussurro). Da quando ho iniziato a parlare con lei si delinea, ho l’impressione che diventi più chiara ai miei occhi. L’altro giorno ci riflettevo (Giulia accenna un sorriso). Sa quale è una delle cose che più mi resta difficile da fare o anche solo immaginare? Esprimere desideri!

Lo sa dottore? Io sono bravissima a capire i desideri degli altri. Da sempre, da quando ho memoria. E’ una cosa facile per me. Ho sviluppato questa sensibilità. Lo capisco immediatamente di cosa gli altri hanno bisogno o desiderano. Io sono più brava del Genio della Lampada di Aladino (ride). Lo sa perchè? Perche lui i desideri li esaudisce, io invece li so prima di chi li esprime e li faccio contenti (il suo viso si incupisce). Si, si è così, da sempre. E lo sa? Questa cosa, che mi viene facile con gli altri, io non la so fare con me stessa. Io non ho desideri perchè non sono capace di sentire me stessa come sento gli altri. Si a volte ci penso. Penso ai miei bisogni, a ciò che mi piacerebbe, ma più che altro mi sembrano fantasie (il suo sguardo si perde un po). E sa che succede? Succede che mi angoscio. Mi sento sola e non amata da nessuno.

Dietro queste poche righe ci posso essere molte riflessioni. Quale può essere il legame tra affetto, trascuratezza, conoscenza di se stessi, dei propri desideri e perseguimento dei propri bisogni? In questo articolo analizziamo alcuni tra i tanti meccanismi di funzionamento della personalità legati alla trascuratezza emotiva prendendo spunto dalle parole di Giulia.

Trascuratezza e indifferenza emotiva

La personalità è il modo in cui le persone funzionano in termini personali e relazionali, in circostanze ordinarie ed extra-ordinarie. La personalità si forma e si consolida a partire dai primi anni di vita e, quello che succede in questo periodo, unitamente alle caratteristiche innate dell’individuo e alle relazioni sociali, è molto importante perché costruirà e condizionerà il resto della vita.

Le figure più importanti, in questa prima fase, sono le persone che si occupano della crescita del bambino (genitori o caregivers). La capacità di offrire legami relazionali di accudimento, protezione e riferimento garantisce, generalmente, le basi per lo sviluppo di una struttura solida e resiliente del Sè. Quando invece, questi legami non riescono a svilupparsi può accadere che il bambino sperimenti disagio e sofferenza. Questa sofferenza viene incamerata al meglio delle possibilità affettive e cognitive che il bambino riesce ad offrire a se stesso, e sarà determinante nella costruzione di molti aspetti del suo funzionamento di personalità

L’indifferenza e la trascuratezza emotiva appartengono alla classe psicologica del Neglect. In termini generali, Neglect significa mancanza di attenzione e trascuratezza rispetto ai bisogni primari del bambino. Ci sono diversi aspetti riferibili al Neglect da trascuratezza, questa può essere principalmente di due tipi: la trascuratezza fisica e la trascuratezza emotiva. La prima indica la scarsità o l’assenza di accudimento in ambito fisico. Ad esempio, occuparsi dei bisogni primari di un bambino come l’igiene, il nutrimento, il vestire, o la cura fisica in generale. La seconda è la trascuratezza emotiva, ossia, la scarsità o l’assenza di collegamento affettivo ed emotivo con le esigenze e i bisogni affettivi ed emotivi del bambino. La trascuratezza emotiva può essere molto frequente e a differenza di altre forme di abuso come i maltrattamenti o la violenza domestica, che può avere segnali evidenti, non da, necessariamente, sintomi e manifestazioni evidenti finché il bambino è ancora piccolo. Per questo non è comunque meno grave e insidiosa.

Soddisfare i bisogni fisici di un bambino (nutrimento, cure mediche, igiene) non vicaria il bisogno di nutrimento emotivo. La trascuratezza emotiva è fatta di omissioni e di azioni affettive mancate. Sono l’assenza di risposte ai sorrisi, alla tristezza e alla paura del bambino. Sono l’assenza di dialogo, di spiegazione e di contatto reiterati, e cronici, condotti per periodi prolungati.

Cosa può accadere ai bambini che non hanno avuto un sufficiente sostegno emotivo? Quando i legami emotivi non riescono a svilupparsi in maniera efficace il bambino sperimenta molti stati mentali negativi, a volte soverchianti e traumatici. I prodotti di questi vissuti si consolidano via via in sintomi e fattori psicopatologici di personalità. Alcuni di questi posso essere:

  •  Ansia, depressione, ansia sociale, vergogna, colpa, vuoto interiore, solitudine;
  • Paura dell’abbandono, timore del giudizio, timore del rifiuto, perfezionismo, doverismo, iper-responsabilità, inamabilità;
  • Disistima, inferiorità, sfiducia, incertezza, inadeguatezza, aspettative rigide e preordinate
  • Difficoltà a capire e riconoscere le proprie emozioni, a definire desideri, intenzioni, scopi e obiettivi di vita;

Il funzionamento di personalità può essere compromesso a diversi livelli. Dal basso, su aspetti più sintomatici ed emotivi come l’ansia, la vergogna, la colpa o la paura di abbandono. Verso l’alto su piani più ‘filosofici’ del Sè, come, ad esempio, la capacità di istanziare desideri o stati desiderati legati alla soddisfazione del Sè.

La doppia trappola dell’indifferenza affettiva

Le esperienze che si ripetono in modo cronico tendono a costruire esperienze stabili che si riflettono sugli stati mentali dell’individuo e sul funzionamento interpersonale. Questi pattern tendono, con il tempo, ad automatizzarsi, costruiscono schemi prototipici che si attivano e vengono eseguiti automaticamente in circostanze favorevoli. Ulteriormente, quando si formano durante i primi anni dello sviluppo del bambino, vengono costruiti e interiorizzati come esperienze prettamente emotive e ‘comportamentali’ in quanto le capacità corticali e riflessive superiori, come la capacità di riflettere sui propri e altrui stati mentali, devono ancora svilupparsi. Si tratta quindi di schemi piuttosto stereotipati e, dal punto di vista intellettivo, di basso livello. In sostanza, sono schemi automatici che ‘formattano’ l’esperienza, il ragionamento, le aspettative, il vissuto emotivo, affettivo e il comportamento. Possiamo immaginare dei programmi complessi impacchettati e automatici analogabili a quelli che costruiamo quando, da piccolissimi, impariamo prima la postura eretta, poi a camminare, e successivamente a correre.

Ora descriviamo una possibile sequenza cronicizzabile derivante dalla interazione ripetuta tra un bambino ed un genitore (in generale un caregiver) emotivamente trascurante. La sequenza, riprendendo il titolo, genera nel bambino e quindi nell’adulto che sarà, una doppia trappola di funzionamento.

Trappola I

Sequenza:

  1. Un genitore trascurante è egocentrato, concentrato su se stesso, sui suoi stati mentali, desideri, intenzioni, scopi bisogni non necessariamente piacevoli. Può essere preoccupato, impaurito, o depresso. Questo funzionamento, impedisce un collegamento affettivo sufficiente con il bambino.
  2. Il bambino si sente solo, isolato, può sviluppare emozioni di paura, tristezza, vuoto e profonda solitudine.
  3. La sua incapacità di mentalizzare le ragioni del proprio stato interno e dello stato mentale del genitore hanno bisogno di una risposta esplicativa a questi vissuti. I bambini sono egocentrati e auto-referenzianti perché, è solo successivamente che svilupperanno una teoria della mente che gli consentirà di ragionare su di loro e sugli altri in modo più critico e distanziato. La migliore spiegazione quindi che possono dare a quei vissuti parte da una attribuzione di responsabilità e di colpa personale della assenza di relazione. Questa riflessione è comunque acritica e a basso livello meta-riflessivo. Le convinzioni negative che costruisce e consolida possono essere: io sono responsabile, io ho colpa; è colpa mia se non mi vede, non mi guarda, non mi parla, non mi ascolta. Io non sono amabile, io non valgo nulla, io sono inamabile.
  4. Lo stato di sofferenza, e di vulnerabilità che si instaura richiede delle contromisure. In modo spontaneo ed automatico il bambino inizia a sacrificare i propri desideri, intenzioni, scopi e bisogni personali a favore dell’altro per riprendere l’attaccamento, il riconoscimento e il legame di sicurezza. In sostanza, inizia a funzionare in accondiscendenza dei ‘bisogni’ e ‘desideri’ dell’altro e nel timore, prevenzione e recupero del distacco relazionale.
  5. Il funzionamento precedente mira a garantire il legame di sicurezza ma ha un costo non indifferente. Dal punto di vista emotivo, il bambino tenderà a non prendere in considerazione le proprie emozioni (auto-Neglect), se anche lo facesse non si sentirà legittimato a provarle. In conseguenza di ciò, avrà la percezione di essere sbagliato o invisibile proprio perché incapace di attribuire rilevanza ai propri stati e bisogni emotivi. Unitamente al ‘costo emotivo’, c’e’ un costo più profondo, strutturale, che verrà pagato a lungo termine. E’ il sacrificio identitario. E’ la rinuncia alla costruzione di un Sé che esplora e consolida se stesso con l’aiuto ed il sostegno incondizionato degli altri. Il risultato di questo pattern di sviluppo, è una bassa autostima ed una scarsa agentività. La capacità appunto di istanziare e perseguire bisogni, intenzioni, scopi e desideri.

I passaggi descritti in precedenza regalano un esperienza di funzionamento che può perdurare per tutta la vita adulta e influenzare prepotentemente le capacità relazionali e le relazioni intime e affettive. Perché questi meccanismi vengono, anche spontaneamente, mantenuti? Questa possibilità può essere sostenuta dalle sequenze funzionali descritte nella seconda trappola.

Trappola II

Sequenza:

  1. Il meccanismo principale, si innesca in quelle circostanze di vita in cui ci possiamo trovare nella necessità o sentimento di dover scegliere tra un obiettivo personale ed il mantenimento di una relazione o dell’immagine che abbiamo piacere l’altro abbia di noi. In queste circostanze, così vissute, si verifica un conflitto. Se promuovo me stesso e la mia agentività nel perseguimento dei miei bisogni, scopi o desideri automaticamente sento che non sarò in grado di prestare attenzione e cura all’altro. Se da una parte c’è il rischio di danneggiare o perdere la relazione, dall’altro c’è la sicurezza che l’altro non avrà tutte le attenzioni che io posso dargli. Questo stato mentale attiva una previsione di perdita o di sofferenza dell’altro. A questo punto, ci sono due fattori di ostacolo, la paura della perdita, da una parte, e la sofferenza dell’altro che viene trascurato dall’altra. Questo ultimo aspetto è più insidioso.
  2. Il meccanismo mentale diventa: se l’altro non riceve le mie attenzioni soffre. Io conosco quel genere di sofferenza perché l’ho vissuta e sperimentata e non posso tollerare l’idea che l’altro soffra di quello che io ho sofferto a causa mia. Non posso permettere che per colpa mia, e delle mie scelte, seppur teoricamente legittime e innocue l’altro possa stare male.
  3. Come posso risolvere il senso di colpa derivante dal mettere l’altro in condizioni di sofferenza? Questo mi fa sentire cattivo, sbagliato, inadeguato e colpevole. In ultimo, se faccio questo sono una persona inamabile e senza valore. Questi però sono anche i vissuti che meglio spiegavano le ragioni del mio essere trascurato (Trappola I, Punto 3).
  4. Come si configura il funzionamento quindi? Sembrerebbe che il perseguimento di obiettivi, scopi, intenzioni e desideri attiva, un rovesciamento di ruolo reso insostenibile dal senso di colpa. Ovvero i vissuti della trappola precedente. In sostanza, agire in funzione di se stessi ci fa sentire e presagire la paura dell’abbandono, la perdita del legame, il vuoto e la solitudine. Di riflesso, promuove un ulteriore abbassamento della autostima e perdita ulteriore della agentività.

Qual è, in ultimo, la differenza tra la prima e la seconda trappola? La risposta è nel senso di colpa. Nella prima fase il bambino attribuisce a se stesso la responsabilità e la colpa del comportamento di trascuratezza che riceve dal caregiver. Nella seconda fase, più adulto, attribuisce a se stesso la responsabilità e la colpa di abbandonare l’altro in favore di se stesso. Le conseguenze sono ugualmente l’anticipazione e attivazione di paura dell’abbandono, di perdita del legame, di vuoto e solitudine. Quindi, un ulteriore abbassamento della autostima e perdita ulteriore della agentività. L’esperienza emotiva può apparire simile ma non è così. Nella prima trappola il sentimento di colpa costruito dal bambino è legato alla esistenza per se del bambino stesso. Nella seconda fase la colpa, e le sue conseguenze sono legate a ‘scelte’ e ‘azioni’ che possono essere o meno fatte.

Cosa ‘insegna’ l’indifferenza emotiva e come viene implementata nel funzionamento di personalità? In primo luogo, la responsabilità e la colpa come causa del mancato affetto ricevuto in una relazione. In secondo luogo, che la costruzione, esplorazione e definizione di se stessi nei termini del perseguimento di bisogni, intenzioni, scopi e desideri genera stati mentali di sofferenza (paura, angoscia, vuoto, tristezza), ci rende soli e vuoti, ci fa sentire sbagliati, inamabili e senza valore.

Per questo, fra altre ragioni, può accadere che desiderare un desiderio può essere più difficile che veder realizzato il desiderio stesso!

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