Ansia sociale. Clinica e terapia in una prospettiva cognitivista integrata

Ansia sociale. Clinica e terapia in una prospettiva cognitivista integrata

di Pietro Grimaldi (a cura di)

Franco Angeli, 2019

Il volume è una raccolta di contributi di vari autori che si occupano dello studio e del trattamento dell’ansia sociale a partire da una prospettica clinica cognitivista. Il testo offre una descrizione approfondita dei principali disturbi appartenenti allo spettro dell’ansia sociale: il Disturbo d’Ansia Sociale, e il Disturbo Evitante di Personalità. L’aspetto originale del lavoro è rappresentato dalla proposta di un modello psicopatologico integrato che tenta di descrivere i potenziali percorsi di sviluppo dei disturbi di ansia sociale e dei loro meccanismi di funzionamento e mantenimento. Tale modello è integrativo in quanto include i presupposti teorici della Terapia Cognitivo Comportamentale, con quelli della Teoria Evoluzionistica delle Motivazioni, della Terapia Metacognitiva Interpersonale, e delle recenti teorie sulle emozioni. L’obiettivo proposto è quindi quello di fornire una interpretazione clinica originale dell’ansia sociale, che si traduce in un modello che possa contribuire sia alla prevenzione che al trattamento di tali disturbi, mediante un protocollo di intervento volto ad ottenere una maggiore efficacia terapeutica. I capitoli dedicati al trattamento, descrivono le varie fasi dell’intervento in maniera dettagliata, facendo ampio uso di vignette cliniche esemplificative e seguendo un approccio step-by-step. Tale approccio rende sicuramente più fruibile la comprensione delle strategie terapeutiche e delle tecniche impiegate. Il testo si caratterizza per l’accuratezza che pone rispetto ai risultati delle più recenti ricerche scientifiche presenti in letteratura. In particolare, rispetto a quelli provenienti dall’ambito della social cognition, della psicologia clinica e delle neuroscienze. Il volume è rivolto a psicoterapeuti, studenti in formazione e a tutti i professionisti del settore che vogliano approfondire i temi dell’ansia sociale e apprendere nuove conoscenze rispetto alla sua valutazione e trattamento psicoterapeutico.

 

Contributi:

Duccio Baroni, Nicola Marsigli, Fabio Monticelli, Fabio Moroni, Roberto Pedone, Giovanni Pellecchia, Nicola Petrocchi, Michele Procacci.

Presentazione di Antonio Semerari

 

I Disturbi del comportamento Alimentare: come si manifestano?

I disturbi del comportamento alimentare (DCA), definiti nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM V) come “Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”, sono contraddistinti da un persistente disturbo dell’alimentazione o da comportamenti legati all’alimentazione che alterano il consumo o l’assorbimento di cibo, compromettendo in maniera significativa la salute fisica, ma anche il funzionamento psicosociale di chi ne soffre. Essi rientrano ad oggi tra le cause più frequenti di disabilità giovanile a cui sembra essere associato un elevato rischio di mortalità ed è preoccupante la loro crescente diffusione, soprattutto per quanto riguarda la Bulimia e il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Disorder). Il rischio di suicidio nell’Anoressia Nervosa è alto, con tassi riportati a 12 su 100000 per anno (DSM V).

Gli studi epidemiologici internazionali segnalano un aumento dell’incidenza dei DCA nella fascia femminile tra i 12 e 25 anni e stimano nei paesi occidentali, compresa l’Italia, la prevalenza dell’Anoressia Nervosa (AN) intorno allo 0.2-0.8%, quella della Bulimia Nervosa (BN) intorno al 3%, e i DCA NAS (Non Altrimenti Specificati) tra il 3.7 e il 6.4%. L’incidenza dell’Anoressia Nervosa è di 4-8 nuovi casi per anno su 100.000 individui, e di 9-12 per la BN.

Le linee guida (NICE, 2017) indicano che sebbene i disturbi alimentari possano svilupparsi a qualsiasi età, il rischio è più elevato per i giovani uomini e donne di età compresa tra 13 e 17 anni.

Ad oggi questo tipo di disagio si sta diffondendo anche tra i maschi, sotto forma di nuovi disturbi che sembrano essere tipici del sesso in questione, ossia la vigoressia, una dipendenza patologica dall’esercizio fisico che si riflette in una pratica dello sport che va ben oltre i limiti normalmente posti dallo sforzo, dalla noia e dalla stanchezza (Velea, 2016). 

Alcuni studi indicano una maggiore gravità del disturbo quando l’esordio è precoce (Steinhausen, 2002), segnalando quindi l’estrema importanza di identificare i fattori che favoriscono lo sviluppo di questi disturbi prima dell’adolescenza.  

 

Il DSM V distingue sei tipi di DCA:

  1. Pica, un disturbo che consiste nell’ingerire persistentemente e per almeno un mese sostanze non commestibili e inappropriate rispetto allo stadio di sviluppo. Le sostanze ingerite variano con l’età e possono essere carta, sapone, stoffa, capelli, lana, terra, gesso, ciottoli, etc. Generalmente non si associa ad una più generale avversione per il cibo.
  2. Disturbo da ruminazione, contraddistinto da un ripetuto rigurgito di cibo per almeno un mese che si verifica diverse volte alla settimana. Il cibo rigurgitato viene poi rimasticato, ringoiato o sputato. Spesso la persona lo riporta come un aspetto abituale o fuori dal proprio controllo.
  3. Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo, che sostituisce ed estende la diagnosi precedente di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione dell’infanzia e della prima infanzia. Esso si presenta sotto forma di una sostanziale incapacità nel soddisfare i requisiti per la nutrizione oppure di un apporto energetico insufficiente. È accompagnato da una perdita di peso, significativo deficit nutrizionale con relativo impatto sulla salute, da dipendenza dall’alimentazione parenterale oppure altri tipi di supplementi e marcata interferenza col funzionamento psicosociale della persona.  
  4. Anoressia nervosa, che si presenta con alcuni aspetti caratteristici, ossia la restrizione nell’assunzione di calorie ed il peso corporeo significativamente basso. Chi soffre di Anoressia ha una intensa e invalidante paura di ingrassare, percepisce in maniera alterata il proprio peso e la forma del proprio corpo con una costante sensazione di essere in sovrappeso, anche quando è notevolmente (e rischiosamente) sottopeso.

Essa può manifestarsi con restrizioni (la perdita di peso è ottenuta principalmente attraverso la dieta, il digiuno e l’intensa attività fisica) piuttosto che con abbuffate e/o condotte di eliminazione (uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi, vomito autoindotto). Un’abbuffata è un episodio in cui la persona ingerisce un enorme quantitativo di cibo con la sensazione di perdere il controllo su quello che sta facendo. Più precisamente, questa appena descritta è l’abbuffata oggettiva, ma è possibile parlare anche di abbuffata soggettiva quando la quantità di cibo non è oggettivamente eccessiva (Fairburn, 2010).

  1. Bulimia nervosa, caratterizzata da abbuffate e condotte compensatorie inappropriate per evitare l’aumento di peso, almeno 1 volta alla settimana per 3 mesi. Anche in questi casi gli episodi di abbuffata sono contraddistinti dalla sensazione di perdere il controllo di sé.

I livelli di autostima di chi soffre di bulimia sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporeo. Le condotte compensatorie utilizzate per scampare all’aumento di peso dopo un episodio di abbuffata vengono definite “inappropriate” perché consistono nell’indursi il vomito, nell’abusare di lassativi, diuretici e farmaci di questo tipo, nel digiunare e/o nel praticare un’attività fisica eccessiva. La pratica compensatoria più diffusa è quella del vomito che dà un’immediata riduzione della sensazione di malessere fisico e soprattutto un senso di liberazione dal tanto temuto, e per questo scongiurato, aumento di peso. Raramente chi soffre di bulimia fa ricorso ad ormoni tiroidei per accelerare il metabolismo ed evitare l’aumento di peso. I metodi per autoindursi il vomito possono essere diversi, come l’uso delle dita oppure di altri strumenti per stimolare il riflesso faringeo. Le persone che soffrono di bulimia solitamente nascondono i loro sintomi perché se ne vergognano profondamente. Così le abbuffate avvengono principalmente in solitudine e in segreto, spesso innescate da un’emozione negativa, da condizioni interpersonali stressanti, ma anche da restrizione dietetica, noia e sentimenti negativi legati al peso e alla forma corporea. Molto spesso a preparare il terreno per la prossima abbuffata è proprio l’intenso sforzo che la persona esercita su sé stessa per seguire una dieta decisamente ferrea che si è autoimposta. La persona pensa di dover rispettare alla lettera tutte le regole dietetiche che ha stabilito e ogni volta che “infrange” queste regole assumendo un alimento non consentito, anche solo uno, va’ incontro ad un terribile senso di fallimento e ad una dolorosa auto-critica che la porta ad abbuffarsi. Alla base di questa reazione vi è uno stile di pensiero caratteristico di molte persone che soffrono di Bulimia Nervosa, definito pensiero tutto o nulla (Fairburn et al. 1999): mangiare un biscotto significa aver violato le regole, significa aver mandato tutto all’aria, andando pertanto a costituire l’incipit della prossima abbuffata, che continua fino a quando la persona non si sente dolorosamente piena.

Per quanto riguarda l’attività fisica, essa viene definita “eccessiva” quando interferisce con altre attività importanti per la vita della persona, quando viene svolta in orari o ambienti inusuali, oppure quando la persona si ostina a svolgerla nonostante condizioni fisiche o mediche avverse.

  1. Disturbo da binge-eating, contraddistinto da episodi di abbuffata con la sensazione di perdere il controllo almeno 1 volta alla settimana per 3 mesi, non seguite da condotte di eliminazione o di controllo del peso di alcun tipo, come invece accade nella bulimia. La perdita di controllo viene segnalata dall’incapacità di astenersi dal mangiare oppure di fermarsi. Inoltre, alcune persone lamentano un senso di estraniamento durante o subito dopo l’abbuffata. Tali episodi sono associati ad un marcato disagio e ad almeno tre dei seguenti fattori: la persona mangia molto più rapidamente del normale e fino a provare dolore; mangia una grossa quantità di cibo anche se non ha fame; l’abbuffata avviene in solitudine perché si vergogna della quantità di cibo che ingerisce; prova disgusto verso sé stessa, si sente in colpa e molto triste dopo l’episodio. Gli studi scientifici evidenziano l’associazione tra emozioni negative ed episodi di abbuffate al punto da costituire il postulato del modello di trattamento basato sulla regolazione emotiva secondo cui tra l’episodio di alimentazione incontrollata e le emozioni negative c’è una relazionale funzionale: l’abbuffata viene attivata da livelli elevati di emozioni negative e, contemporaneamente, ha la funzione di moderarne gli effetti (Safer, 2011). Tuttavia, è evidente che si tratta di una strategia di coping disfunzionale dal momento che se da un lato è vero che nell’immediato può dare un momentaneo senso di benessere e di distensione, dall’altro è anche vero che se utilizzata con una certa consuetudine, essa può portare ad un abbassamento del livello di benessere psicofisico, sia perché risulta ristretta la gamma di stimoli appaganti, sia perché non promuove l’individuazione delle proprie  emozioni che dovrebbero invece essere funzionali ad attivare reazioni più efficaci alla risoluzione di eventuali aspetti problematici (Della Grave et al., 2013).

Infine il DSM V include le categorie diagnostiche del “Disturbo della nutrizione o della alimentazione con altra specificazione” (di cui fanno parte il disturbo con condotte di eliminazione in assenza di abbuffate, la sindrome da alimentazione notturna e i casi sottosoglia di anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata) e del “Disturbo della nutrizione o della alimentazione senza specificazione”, in cui rientrano quelle condizioni dove mancano informazioni per specificarne le caratteristiche.

 

I disturbi del comportamento alimentare hanno un forte impatto sulla vita di chi ne soffre, e non solo su un piano strettamente fisico, ma anche psicologico e sociale. Possono esserci delle complicazioni mediche importanti non solo in caso di Anoressia dove le conseguenze sono spesso immediatamente evidenti, ma anche per gli altri disturbi. E per quanto riguarda invece il piano psicologico, chi soffre di DCA è spesso depresso e fortemente stressato per il suo problema con importanti conseguenze anche sulla sfera sociale, da cui lentamente si distacca, fino ad un vero e proprio isolamento sia a causa dell’abbassamento del tono dell’umore, sia perché si vergogna del proprio stile alimentare o della propria forma fisica.

I disturbi alimentari vengono presentati come categorie diagnostiche chiaramente separate e distinte, ma sulla base di evidenze empiriche solide, alcuni autori pongono l’accento sul fatto che spesso le pazienti con Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa e Disturbi dell’Alimentazione NAS hanno una grande quantità di caratteristiche comuni e che il decorso della loro malattia segnala una migrazione tra queste diagnosi (Fairburn, 2010). L’aspetto più sorprendente per alcuni autori non è tanto ciò che li differenzia, bensì quello che li accomuna, ossia l’eccessiva valutazione e il controllo della forma e del peso corporeo (Fairburn, 2010; Murphy et al., 2010). Tale osservazione ha chiaramente delle importanti implicazioni sul piano della cura dei DCA, ma di questo ne parleremo nel prossimo articolo in cui esploreremo appunto la lettura cognitivo comportamentale dei disturbi alimentari e il trattamento da essa derivante, ad oggi riconosciuto come il trattamento d’elezione per questo tipo di problematiche.  



 

Riferimenti Bibliografici

  • American Psychiatric Association. Diagnostic and statistical manual of mental disorders. 5th ed. Washington, DC: American Psychiatric Association; 2013.
  • Compare A., Calugi S., Marchesini G., Shonin E., Grossi E., Molinari E., Dalle Grrave R. (2013). Emotionally focused group therapy and dietary counseling in binge eating disorder. Effect on eating disorder psychopathology and quality of life. Appetite, Volume 71, 1 December 2013, Pages 361-368.
  • Fairburn C. G., Shafran, R., & Cooper, Z. (1999). A cognitive behavioural theory of anorexia nervosa. Behaviour Research and Therapy, 37, 1-13.
  • Fairburn C. G. (2010), La terapia Cognitivo Comportamentale dei Disturbi dell’Alimentazione. Edizione Italiana a cura di A. Carrozza e R. Dalle Grave. Scienze cognitive e Psicoterapia. ECLIPSI.
  • National Institute for Clinical Excellence. Eating disorders Eating disorders: recognition and treatment (clinical guideline no. 69). 23 May 2017.
  • Murphy R., Straebler S, Cooper Z, Fairburn C.G. (2010). Cognitive behavioral therapy for eating disorders. Psychiatric Clinic of North America. Sep;33(3):611-27.
  • Safer L., Telch C. F., Chen E. J. (2011). Binge eating e bulimia. Trattamento dialettico-comportamentale. Psichiatria psicoterapia neuroscienze. Cortina Raffaello.
  • Steinhausen, H-C. (2002). The outcome of anorexia nervosa in the 20th century. Am J Psychiatry 2002; 159:1284–93.
  • Velea, D. (2016). Bigoressia: quando lo sport dà dipendenza. Psicologia contemporanea, 253: 40-43.

 

 

 

Riconoscimento emotivo nella malattia di Parkinson: quali interventi possibili

La malattia di Parkinson (MP) è un disturbo motorio progressivo caratterizzato da rigidità, bradicinesia e tremore a riposo. Negli ultimi due decenni si è capito che le caratteristiche motorie costituiscono solo un aspetto di un disturbo complesso e sfaccettato, caratterizzato anche da numerosi sintomi non motori come i disturbi dell’umore e dell’ansia, disfunzioni cognitive, l’incapacità di riconoscere e verbalizzare le emozioni (alessitimia) e il deterioramento del riconoscimento delle emozioni attraverso le espressioni facciali.

Numerosi studi su pazienti con diversi disturbi neurologici suggeriscono che l’alterazione del riconoscimento delle emozioni e l’alessitimia, sintomi depressivi nella MP, sono il risultato di disfunzioni di aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione e nell’organizzazione dell’esperienza emotiva.

L’interazione dell’uomo con l’ambiente avviene attraverso azioni adattive che si realizzano all’interno di una determinata cultura o contesto e sono guidate dalla cognizione e dai comportamenti derivanti dalle interazioni sociali. Essendo una specie altamente sociale, gli esseri umani hanno bisogno di specifici modelli di informazione che cambiano dinamicamente durante l’interazione tra due o più individui al fine di raggiungere una comprensione reciproca. Ad esempio, la difficoltà nell’esprimere o nel riconoscere segni di un’emozione può compromettere significativamente le relazioni sociali, con un conseguente aumento del rischio di isolamento sociale e disordini mentali. Uno degli strumenti più potenti nella comunicazione sociale è il volto. I tentativi storici di comprendere il volto come strumento di comunicazione sociale hanno alimentato i dibattiti fin dalla teoria di Darwin sulle origini evolutive delle espressioni facciali delle emozioni, agli studi più recenti di Paul Ekman sull’universalità delle espressioni emozionali facciali.

L’espressione facciale è uno degli elementi più basilari del funzionamento emotivo ed una delle componenti più critiche del comportamento sociale.

Fattori clinici come la durata e la gravità della malattia, disturbi cognitivi, disturbi dell’umore e farmaci possono avere un impatto negativo sulla capacità di riconoscere l’emozioni attraverso le espressioni facciali nella MP. Molti soggetti affetti da MP hanno disturbi dell’umore come depressione, ansia, e comportamentali come apatia ed anedonia (incapacità nel provare piacere anche in circostanze e attività normalmente piacevoli).

La MP si caratterizza per carenze di dopamina e noradrenalina nei meccanismi molecolari dei neuroni dell’encefalo, specialmente dei neuroni della via nigro-striatale e del locus coeruleus. La dopamina e la noradrenalina sono implicate in funzioni che non sono correlate solo al movimento, ma anche all’emozione, alla motivazione, alle aspettative di ricompensa e all’apprendimento. Esiste anche un’ipotesi sui tratti di personalità pre-morbosi dei pazienti con MP che potrebbero avere carenze di livelli di dopamina e noradrenalina e livelli più alti di nevroticismo e livelli più bassi di apertura ed estroversione. Tali tratti di personalità potrebbero contribuire allo sviluppo di disturbi depressivi nei pazienti parkinsoniani.

Non è del tutto accertato se i deficit di riconoscimento emotivo nella MP debbano essere considerati come un sintomo non motorio primario dovuto al deficit dopaminergico o come dipendente dai deficit delle funzioni esecutive (complesso sistema di moduli funzionali della mente che regolano i processi di pianificazione, controllo e coordinazione del sistema cognitivo), oppure dovuto ai sintomi depressivi che spesso colpiscono questi pazienti.

Considerando che nella vita di tutti i giorni gli esseri umani raramente si confrontano con espressioni di emozioni completamente sviluppate, chiare, ma piuttosto con espressioni sottili, subdole, pochi sono gli studi che si sono interessati di riconoscimento emotivo nel soggetto con MP utilizzando stimoli dinamici o in situazioni di vita reale dove i pazienti sono esposti a schemi di informazioni in costante cambiamento.

La psicoterapia ad approccio cognitivo-comportamentale (CBT) ha dimostrato di essere efficace anche per i disturbi d’ansia e per la depressione nei pazienti con MP. La CBT corregge innanzitutto la cognizione (il pensiero) per modificare il comportamento e le emozioni; si basa sul concetto che le risposte comportamentali ed emotivesono fortemente influenzate da idee, pensieri, convinzioni e credenze relative agli eventi del vissuto. Molti sono gli studi che hanno rilevato più bassi livelli di depressione e ansia nei pazienti con MP dopo trattamenti di CBT. Tuttavia, ad oggi ancora non vi sono studi che abbiano considerato se nei pazienti con MP ci sia un miglioramento nel riconoscimento delle emozioni, sia per via uditiva attraverso la prosodia, sia per via visiva identificando le espressioni delle emozioni dai volti, dopo trattamenti con terapia cognitivo-comportamentale.

Studi futuri dovrebbero utilizzare stimoli più ecologici al fine di riprodurre le situazioni della vita quotidiana affrontate dai pazienti nel riconoscere le emozioni. Ad un livello pratico, sarebbe necessario disegnare ed implementare interventi psicologici per entrambi: pazienti e caregivers. Tali interventi dovrebbero mirare a promuovere una migliore qualità di vita  grazie alla capacità di leggere e interpretare il significato delle emozioni che si verificano nella vita di tutti i giorni. Questo potrebbe essere un altro modo per aiutare i pazienti e i loro caregivers a usare le emozioni come strumenti preziosi attraverso i quali poter identificare i rischi e le minacce del loro ambiente, ma anche scoprire e mettersi in contatto con le sue risorse e opportunità.

Riferimenti Bibliografici

  • De Risi M., Olivola E., Di Gennaro G., Modugno N. Facial emotion recognition in Parkinson’s disease: methodological, clinical and pathophysiological factors. In “Diagnosis and Management in Parkinson’s Disease”. Cap. 6 Copyright © 2020 Elsevier Inc. (In press)
  • De Risi M., Di Gennaro G., Picardi A., Casciato, S., Grammaldo, L.G., D’Aniello, A., Lanni, D., Meletti,S., & Modugno, N. Facial emotion decoding in patients with Parkinson’s disease. The International Journal of Neuroscience, 2018 128, 71-78. 
  • Gray HM., Tickle-Degnen L. A meta-analysis of performance on emotion recognition tasks in Parkinson’s disease. Neuropsychology. 2010;24(2):176–91.
  • Dobkin RD., Mann SL., Interian A., Gara MA., Menza M. Cognitive behavioral therapy improves diverse profiles of depressive symptoms in Parkinson’s disease. Int J Geriatr Psychiatry. 2019 May;34(5):722-729. doi: 10.1002/gps.5077. Epub 2019 Mar 4.
  • Nagatsu T. Hypothesis: neural mechanism of psychotherapy for the treatment of Parkinson’s disease: cognitive behavioral therapy (CBT), acceptance and commitment therapy (ACT), and Morita therapy? J Neural Transm (Vienna). 2019 Dec 5.

 

Il gioco d’azzardo patologico

I giochi d’azzardo sono quei giochi nei quali vengono investiti dei soldi e il cui risultato dipende non tanto dall’abilità e dalle decisioni dei giocatori ma, prevalentemente, dal caso. Le tipologie principali di giochi d’azzardo sono: slot machine, lotterie, gratta e vinci, poker online, scommesse sportive, bingo, giochi da casinò e casinò online.

I giochi d’azzardo possono sembrare innocui ma in realtà non lo sono perché possono provocare una pericolosa dipendenza in tutte le fasce d’età.

Il gioco d’azzardo patologico è un disturbo del comportamento che rientra nell’area delle cosiddette “Dipendenze senza sostanze”.

Il giocatore patologico sviluppa un legame di dipendenza sempre più forte con il gioco, arrivando a trascurare, gli impegni lavorativi, la famiglia e la vita sociale. All’interno della sua vita e dei suoi comportamenti abituali, aumenta progressivamente il tempo passato a giocare, la frequenza delle giocate e la somma spesa nel tentativo di recuperare le perdite in un fenomeno progressivo in cui difficilmente di torna indietro.

Il gioco d’azzardo rappresenta ormai un grave problema di salute pubblica, che coinvolge gran parte della nostra società. Secondo il Ministero della Salute (2011), il 54% della popolazione italiana, sarebbe coinvolta patologicamente nel gioco d’azzardo.

“Il gioco d’azzardo è il miglior modo per ottenere nulla da qualcosa”

(Wilso Mizner)

 

COME RICONOSCERE IL GIOCATORE D’AZZARDO PATOLOGICO

Il gioco d’azzardo può essere riconosciuto come una dipendenza patologica quando riconosci in te stesso o in chi ti sta vicino, un parente o un amico, alcuni di questi comportamenti:

Durante il giorno pensi al gioco continuamente o più di quanto vorresti

Spendi più denaro di quanto avevi deciso o di quanto puoi permetterti

Impegni più tempo di quanto vorresti o potresti

Tenti di controllare il gioco senza riuscirci

Giochi per “rifarti” del denaro perso rincorrendo le perdite

Menti per nascondere il tuo coinvolgimento nel gioco

Ti senti nervoso, ansioso, irritabile o depresso se non puoi giocare

Chiedi denaro in prestito per giocare

Commetti atti illegali per poter giocare

Perdi la voglia di stare con la famiglia o gli amici per poter giocare

Riduci la tua resa nel lavoro pensando al gioco

Lo stress per il gioco ti procura disturbi fisici: mal di stomaco, mal di testa, pressione alta, insonnia, perdita dell’appetito

Ti senti disperato e puoi arrivare a pensare che l’unico modo per uscirne è “farla finita”

COME AFFRONTARE IL GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

Intervenire subito! Cercare aiuto fin dai primi segnali di problematicità connessa al gioco aumenta notevolmente le possibilità di risolvere o contenere il problema in tempi brevi.

Le nostre modalità di intervento mirate e costruite sulle tematiche del paziente hanno un duplice  scopo. Lo scopo primario e immediato, consiste nell’impedire di complicare la situazione personale e familiare con contrasti relazionali, perdite economiche conseguenti, peggioramento del benessere psicologico e fisico globale, difficoltà lavorative e, talvolta, problemi con la giustizia. Successivamente, l’intervento prevede la ristrutturazione del funzionamento generale dell’individuo verso condotte maggiormente adattive e di miglioramento della qualità di vita personale e relazionale.

Gli interventi principali sono:

terapia psicologica individuale a orientamento cognitivo-comportamentale

terapia e supporto psicologico di gruppo

terapia farmacologica (eventuale)

Il Centro Clinico Ars Psico offre consulenza e trattamento professionale riservato sulla problematica del gioco d’azzardo patologico. Per informazioni o consulenza chiamare o scrivere al numero: 392.4570904