La relazione terapeutica come strumento di cambiamento

Sin dalla prima infanzia l’individuo ha come motivazione principale l’adattamento alla realtà. Tale processo si dispiega primariamente all’interno delle interazioni con le principali figure significative, in primis con le figure genitoriali. La teoria dell’attaccamento postula che gli esseri umani sono motivati a formare legami affettivi con gli altri per la necessità di sicurezza, comfort e protezione (Bowlby, 1988). Pertanto, i legami significativi rappresentano un bisogno fondamentale per l’esperienza umana (Baumeister e Leary, 1995). L’attaccamento è il primo sistema motivazionale ad apparire nella vita degli uomini e riveste un ruolo di maggiore centralità rispetto agli altri sistemi motivazionali, dal momento che le precoci esperienze interpersonali, all’interno della relazione di attaccamento genitore-bambino, possono implicare lo sviluppo successivo di varie forme di psicopatologia (Bowlby,1988). Il ruolo centrale che ricopre l’attaccamento nella genesi dei vari disturbi emotivi è oramai ampiamente riconosciuto ((Attili, 2007; Cozolino, 2002, 2006b; Fonagy et al., 2002; Liotti, 1994, 2001; Liotti e Farina, 2011; Schore, 1994; Siegel, 2012). Le ripetute e continuative esperienze relazionali con le figure significative (figure di attaccamento) porteranno il bambino ad estrarre informazioni che, stabilizzandosi nel tempo formeranno degli schemi cognitivi, ovvero l’insieme di convinzioni, credenze e aspettative, che il soggetto adotterà costantemente come interpretazione di sé e del mondo interpersonale.  Nell’accezione di  Bowlby (Bowlby, 1969, 1973), il bambino sviluppa dei Modelli Operativi Interni (MOI o IWM Internal Working Model) di sé e dell’altro, o più precisamente modelli di sé-con-l’altro (Liotti, 2001), che possono essere confermati o modificati dalle successive esperienze relazionali (Liotti, 1994). Le memorie relative ai singoli episodi di interazione tra il bambino e le figure di attaccamento vanno a formare le strutture mnestiche dei MOI che consentono di elaborare aspettative su come tali figure significative risponderanno alle richieste di attaccamento del bambino, ed a fare previsioni su come quest’ultimo si comporterà in tali circostanze (Attili, 2007; Liotti, 1994). Le aspettative circa le risposte attese dalla figura di attaccamento saranno generalizzate in una rappresentazione o modello (MOI) dell’altro, mentre le aspettative su di sé vanno a formare, specularmente, la rappresentazione mentale o modello (MOI) di sé (Attili, 2007). Questi MOI si porranno come schemi cognitivi, ovvero come strutture che l’individuo utilizzerà per interpretare la realtà, e che influenzeranno le percezioni e le cognizioni, e guideranno i propri comportamenti nella gestione delle relazioni interpersonali (Attili, 2007; Young et al., 2003). I MOI possono essere considerati, quindi, come delle mappe che ci orientano nel mondo interpersonale e che definiscono le aspettative che riponiamo nei confronti degli altri. In tal senso, esperienze relazionali avverse possono dar vita a credenze che possono risultare rigide, disfunzionali o patogene, oltre che a schemi relazionali disfunzionali che impediscono il normale funzionamento del soggetto. In una simile ottica, la relazione terapeutica può essere considerata una componente rilevante del processo di cambiamento (Geller e Porges, 2014; Greenberg, 2007; Irons e Gilbert, 2005; Leahy, 2007; Safran e Segal, 1990; Safran, 1998; Safran e Muran, 2000) e può rappresentare una variabile importante legata al buon esito del trattamento (Miranda e Andersen, 2007). Come tale, il ruolo della relazione clinica si rivela di primaria importanza nel processo di cambiamento, in quanto promuove nel paziente una maggiore consapevolezza dei propri schemi relazionali problematici e, allo stesso tempo, promuove modalità alternative di relazione interpersonale. Gli schemi relazionali disfunzionali vengono appresi nel contesto della relazione con le figure genitoriali nell’infanzia. Questi prendono forma a partire dalle strategie messe in atto dal bambino al fine di mantenere il contatto emotivo con le figure primarie di attaccamento (Bowlby, 1973). Gli schemi, così acquisiti, vengono poi generalizzati e riprodotti in tutti i contesti relazionali, compreso il contesto della terapia. Il paziente, infatti, tende a comportarsi con il terapeuta con le medesime modalità con cui è solito porsi nelle sue relazioni interpersonali. Secondo Safran (Safran, 1990), nella misura in cui si hanno aspettative rigide rispetto al comportamento previsto dagli altri e credenze rigide su come si deve essere per mantenere la relazionalità, il proprio repertorio interpersonale non solo sarà rigido e stereotipato, ma attiverà anche comportamenti complementari negli altri. Pertanto, le persone che presentano repertori interpersonali rigidi sperimenteranno meno diversità nelle loro esperienze interpersonali rispetto a quelle con repertori più flessibili. Da ciò ne deriva che l’individuo con un repertorio interpersonale disfunzionale avrà scarse possibilità di andare incontro a nuove esperienze relazionali che potrebbero aiutarlo a modificare i suoi schemi. Un obiettivo importante all’interno del processo terapeutico, allora, sarà quello di suscitare nel paziente comportamenti nuovi e adattativi attraverso gli interventi messi in atto dal terapeuta. Compito del terapeuta sarà quello di identificare le reazioni che vengono evocate in lui dal paziente e di sganciarsi intenzionalmente dal ciclo interpersonale attivato, astenendosi dal portare avanti la tendenza all’azione suscitata automaticamente dal paziente. Non reagendo al paziente in modo complementare, il terapeuta fornisce al cliente una nuova esperienza interpersonale e suscita in lui nuove modalità comportamentali che non sono caratteristici del suo repertorio comportamentale interpersonale.  In una tale cornice si inserisce il modello teorico elaborato da Weiss e Sampson (Control-Mastery Theory; Gazzillo, 2016; Weiss, 1993) che mette in risalto il fondamentale ruolo che la disconferma delle credenze patogene ricopre nel processo terapeutico. Il modello postula che il disagio psicologico presentato dai pazienti derivi da un insieme di credenze patogene o disfunzionali riguardanti sé stesso e le relazioni con gli altri, e che il paziente ha inferito e costruito a partire dalle esperienze interpersonali avverse con le figure significative dell’infanzia. Il modello ipotizza che i pazienti entrano in terapia con un “piano inconscio” per disconfermare queste credenze, che si dispiega attraverso una serie di test da sottoporre al terapeuta. In terapia, quindi, i pazienti si comportano inconsapevolmente in specifici modi atti a verificare se il terapeuta conferma o meno le loro credenze patogene. Tale prospettiva teorica accorda, pertanto, un ruolo centrale alla disconferma delle credenze disfunzionali che riguardano le interazioni sé-altro, e che può realizzarsi attraverso il rapporto previlegiato terapeuta-paziente. In questo modello di intervento, pertanto, il compito del terapeuta consiste nel riconoscere e superare i test a cui è sottoposto dal paziente, il quale tende a riprodurre nella situazione terapeutica le esperienze traumatiche infantili a partire dalle quali ha costruito le proprie credenze patogene. In sintesi, secondo la Control-Mastery Theory, dal momento che la psicopatologia è ritenuta principalmente espressione di credenze patogene e disfunzionali, il compito fondamentale del terapeuta sarà quello di aiutare il paziente ad acquisire maggiore consapevolezza e a disconfermare tali credenze, servendosi principalmente della relazione terapeutica e a garantirne il perseguimento degli obiettivi considerati prima irraggiungibili.

 

Autore

  • Pietro Grimaldi

    Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale libero professionista. Presidente Ars Psico (Associazione per la Ricerca e lo Studio delle Scienze Psicologiche). Rappresentante Regione Campania SITCC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva). Docente presso la scuola quadriennale di specializzazione in Psicoterapia Cognitiva SPC Alcune pubblicazioni: Grimaldi P., (2008), A quale timidezza appartieni? Comprendere e prevenire le varie forme di ansia sociale, Franco Angeli, Milano. Gilbert P., Grimaldi P., (2011), Lo sviluppo psicopatologico dell'ansia sociale: motivazioni, desiderabilità e attrattiva, in Procacci M., Popolo R., Marsigli N.,( a cura di), Ansia e ritiro sociale, Raffaello Cortina Editore, Milano Marsigli N., Grimaldi P., (2011), La terapia cognitiva della fobia sociale, in Procacci M., Popolo R., Marsigli N., (a cura di), Ansia e ritiro sociale, Raffaello Cortina Editore, Milano Grimaldi P., (2011), La ristrutturazione della mente: antidoti alla depressione, in Aquilar F., Pugliese M.P., a cura di, Psicoterapia Cognitiva della depressione, Franco Angeli, Milano. Grimaldi P., (2013), La comunicazione sospettosa: gli aspetti paranoidi e di ansia sociale, in Aquilar F., (a cura di), Parlare per capirsi. Strumenti di psicoterapia cognitiva per una comunicazione funzionale, Franco Angeli, Milano. Grimaldi P., (2015), Amore e Self-Compassion: il dialogo interno tra parte di sé ostile-dominante e parte di sé sottomessa-impaurita, in Aquilar F., (a cura di), Parlare d'amore. Psicologia e psicoterapia cognitiva delle relazioni intime, Franco Angeli, Grimaldi P. (2019) Ansia sociale. Clinica e terapia in una prospettiva cognitivista integrata, Franco Angeli

Pietro Grimaldi

Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale libero professionista. Presidente Ars Psico (Associazione per la Ricerca e lo Studio delle Scienze Psicologiche). Rappresentante Regione Campania SITCC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva). Docente presso la scuola quadriennale di specializzazione in Psicoterapia Cognitiva SPC Alcune pubblicazioni: Grimaldi P., (2008), A quale timidezza appartieni? Comprendere e prevenire le varie forme di ansia sociale, Franco Angeli, Milano. Gilbert P., Grimaldi P., (2011), Lo sviluppo psicopatologico dell'ansia sociale: motivazioni, desiderabilità e attrattiva, in Procacci M., Popolo R., Marsigli N.,( a cura di), Ansia e ritiro sociale, Raffaello Cortina Editore, Milano Marsigli N., Grimaldi P., (2011), La terapia cognitiva della fobia sociale, in Procacci M., Popolo R., Marsigli N., (a cura di), Ansia e ritiro sociale, Raffaello Cortina Editore, Milano Grimaldi P., (2011), La ristrutturazione della mente: antidoti alla depressione, in Aquilar F., Pugliese M.P., a cura di, Psicoterapia Cognitiva della depressione, Franco Angeli, Milano. Grimaldi P., (2013), La comunicazione sospettosa: gli aspetti paranoidi e di ansia sociale, in Aquilar F., (a cura di), Parlare per capirsi. Strumenti di psicoterapia cognitiva per una comunicazione funzionale, Franco Angeli, Milano. Grimaldi P., (2015), Amore e Self-Compassion: il dialogo interno tra parte di sé ostile-dominante e parte di sé sottomessa-impaurita, in Aquilar F., (a cura di), Parlare d'amore. Psicologia e psicoterapia cognitiva delle relazioni intime, Franco Angeli, Grimaldi P. (2019) Ansia sociale. Clinica e terapia in una prospettiva cognitivista integrata, Franco Angeli